Oltre l'80% delle violazioni di sicurezza coinvolge credenziali compromesse o accessi da reti considerate fidate. Il perimetro non protegge più nessuno.
Il castello senza fossato
Per anni la sicurezza informatica si è basata su un'idea semplice quanto fragile: costruire mura alte intorno alla rete e fidarsi di tutto ciò che si trovava all'interno. Un approccio che funzionava quando i dati stavano nei server fisici e i dipendenti lavoravano tutti in ufficio.
Poi è arrivato il cloud. Poi il lavoro ibrido. Poi i dispositivi mobili. Il perimetro si è dissolto, ma molte aziende continuano a comportarsi come se esistesse ancora.
Cos'è il modello Zero Trust
Il principio fondamentale si riassume in una frase: never trust, always verify. Nessun utente, dispositivo o sistema viene considerato affidabile per default — indipendentemente da dove si trova.
Ogni richiesta di accesso viene verificata esplicitamente sulla base di molteplici fattori: identità, stato del dispositivo, posizione geografica, orario, comportamento storico.
I tre pilastri
- Verifica esplicita: autenticare e autorizzare ogni richiesta usando tutti i segnali disponibili.
- Minimo privilegio: ogni utente accede solo a ciò che è strettamente necessario, in quel momento.
- Assunzione della violazione: progettare i sistemi assumendo che una compromissione possa già essere avvenuta.
Perché adottarlo adesso
Non si tratta di una tendenza futuristica. Con il lavoro ibrido consolidato e l'adozione del cloud ormai strutturale, molte aziende si trovano già in una situazione in cui il perimetro tradizionale è irrilevante. Zero Trust non è una scelta avanzata, è una necessità operativa.
Come iniziare senza stravolgersi
- Inizia dall'identità: MFA su tutti gli accessi critici, revisione delle policy IAM.
- Segmenta la rete per limitare i movimenti laterali.
- Implementa monitoraggio continuo con detection di anomalie comportamentali.
- Estendi progressivamente a workload, SaaS, endpoint.